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Comune di
Marineo
Città Metropolitana di Palermo

Storia e cultura

La storia
L’attuale centro abitato di Marineo a 30 chilometri da Palermo è situato su un poggio sovrastato da un’imponente rupe, la Rocca (chiamata dai poeti “Dente canino della Sicilia” o “Tomba di Polifemo”).
Il feudo di Marineo fin dal sec. XV apparteneva all’Ospedale Grande di Palermo.
Nel 1549, Nicola di Amari che deteneva il feudo di Marineo in enfiteusi, cedette a Francesco Beccadelli Bologna, al quale nel 1550 venne concessa, dietro pagamento di una forte somma, la “licentia populandi “dall’Imperatore Carlo V. Con essa otteneva il diritto di ricostruire un insediamento. A Francesco Bologna si deve la costruzione del Castello, della chiesa del Crocifisso e della Matrice.
Sulla collina denominata la “Montagnola” si è svolta una lunghissima fase di civiltà, prima che sorgesse il paese attuale: la collina alta 623 metri sul livello del mare, domina il fiume Eleutero. Offriva all’insediamento umano un agevole declivio a Nord-est, pareti a taglio inespugnabili ed un unico facile accesso.
Alcuni rari frammenti di utensili di ceramica riconducono l’origine del sito sulla Montagnola al VIII secolo a.C. La città acquistò col tempo prestigio e importanza per la sua posizione di cerniera tra costa e l’entroterra, in quanto collocata sulla strada che collegava Palermo e l’interno.
Centro indigeno, risentì l’influsso degli Elimi, e successivamente dei Punici e dei Greci. Dopo la conquista romana iniziò il progressivo declino della città sulla Montagnola culminato con quasi scomparsa nel periodo precedente la conquista araba.
Gli Arabi ripopolarono la collina che riprese vigore nei secoli sotto i Normanni. Nella metà del XIV secolo a margine delle lotte fra fazione latina e catalana in Sicilia, il sito venne abbandonato e la città scomparve.

PROFILO TOPOGRAFICO
di Antonino Scarpulla

Il Bacino del fiume Eleutero ha le sue sorgenti nel versante Nord di Rocca Busambra , poderoso massiccio calcareo che corre ininterrottamente in senso Est-Ovest per circa dieci Km. Questo massiccio presenta sul versante Nord vertiginosi strapiombi per tutta la sua lunghezza tale da costituire una barriera insormontabile
Il rilievo raggiunge una quota massima di 1613 m e si mantiene quasi costantemente sopra i mille metri, tale che di inverno risulta essere di frequente coperto di neve alimentava così nelle stagioni più piovose con abbondanti acque il fiume Eleutero prima che il corso venisse sbarrato dalla diga di Scanzano per formare l’omonimo invaso.
Nella sua prima parte di percorso il fiume solca una vallata caratterizzata da dolci declivi e da colline di modesta altezza. Uscendo dal Bosco di Ficuzza infatti, dove trova numerose sorgenti ad alimentarlo, solca le contrade di Bifarera, Castellaccio, Lupotto, Cannavata, sovrastate dal modesto rilievo costituito dal monte Guisina (796 slm). A Nord segue l’ampio pendio sbarrato dal massiccio costituito da monte Ilardo, Cozzo Sant’ Agata, e Monte Rossella, e Pizzo Parrino, rilievi che si mantengono quasi costantemente vicino quota mille. Il versante meridionale di queste montagne è solcato da dai “valloni” di Rossella, Cannavata, che oggi sono immissari del lago di Scanzano; poco più a valle, il “vallone di Buceci si immette nell’Elutero in contrada Scanzano Proseguendo ancora la descrizione del territorio verso Nord, separato dal “Vallone del Parco”, c’è il massiccio calcareo dominato dal monte Marcione, Cozzo Sovarelli e Serena.
Il fiume Parco è il principale affluente dell’Eleutero al quale riunisce le sue acque sotto la Montagnola di Marineo, dopo essere sceso dalle gole dello Stretto formate dalla Montagnola e dal Pizzo Parrino.
Proseguendo ancora verso Nord, il territorio è costituito dal sistema montuoso del Pizzo Cervo, Cozzo Ciaramita , Cozzo Migliore, Montagna Gulino che fa da spartiacque tra due vallate solcate a Sud dal vallone del Corvo, a Nord dal torrente Landro, che snoda il suo percorso tortuoso tra brulle colline tra Belmonte Mezzagno e Misilmeri.
Sul lato Est il fiume Eleutero è alimentato da numerosi torrenti che solcano le piccole vallate del bosco di Ficuzza. Il bosco ricopre una serie ininterrotta di colline e modesti rilievo tra i quali spiccano la Torre del bosco e Cozzo Bileo di 1007m.
Senza soluzione di continuità seguono le colline ricoperte dal bosco del Cappelliere con Cozzo Cucciddu, Portella Sovarita, Quattro finaite e Vurpara tutti intorno a 700m che fanno da spartiacque tra il bacino dell’Eleutero e il vallone Cefalà. Infine si incontra il Monte Balatelle e Monte Chipari sopra Bolognetta. Da quel punto in poi sul versante orientale del fiume non si incontrano rilievi degni di menzione a parte Monte Porcara e Pizzo Cannita, da ricordare per i notevoli materiali e strutture archeologiche ivi rinvenuti.
I maggiori affluenti del fiume provengono dunque dalla parte occidentale del bacino idrografico dell’Eleutero.
Il fiume Eleutero ha oggi una modesta portata essendo alimentato da torrenti e valloni aventi regime stagionale: in estate infatti sono del tutto asciutti.
Alcune sorgenti che scaturiscono dalle montagne vicine contribuiscono ormai in modesta misura ad alimentarne la portata; oggi infatti sono captate per usi civili e vengono immesse negli acquedotti dei paesi della vallata. Inoltre la realizzazione dell’invaso dello Scanzano, modesta riserva idrica estiva di Palermo, ha ridotto ulteriormente il volume dell’acqua che scorre nel letto del fiume. La realizzazione dell’invaso avvenuta alla fine degli anni cinquanta, pur avendo portato notevoli benefici eliminando quasi del tutto i pericoli di piene improvvise nei mesi invernali, che un tempo trascinavano nell’impeto i traballanti e malsicuri ponti di legno che lo attraversavano per altri versi ha arrecato indubbi danni a tutta la flora e la fauna che rigogliosa e abbondante popolava il corso del fiume. Inoltre l’immissione di acque reflue dei Comuni viciniori ha ulteriormente aggravato lo stato di salute ormai comatoso dell’Eleutero.
In passato la portata del fiume in certi anni è stata davvero considerevole. Nel 1951 , ad esempio, è stata di 24,3mc/sec, cioè 486 volte più della media stagionale . Certuni hanno supposto che in antico il fiume fosse, almeno per il tratto iniziale, navigabile con barche, chiatte o zattere. Ipotesi da non scartare se si considera che prima del disboscamento iniziato in maniera consistente sin dall’epoca romana delle montagne ai lati del fiume doveva esserci maggiore equilibrio idrogeologico e l’acqua che affluiva al fiume con una portata superiore a quella attuale.

IL PAESAGGIO NATURALE E IL PROCESSO DI ANTROPIZZAZIONE
di Antonino Scarpulla

Oggi possiamo solo immaginare quale poteva essere in antico il paesaggio naturale della nostra zona. L’estensione del bosco di Ficuzza, in atto è limitata a poche migliaia di ettari , ma nonostante ciò, è rimasta l’unica grande macchia di verde della Sicilia occidentale. Al tempo della colonizzazione dei Greci stando a certe stime il bosco occupava circa 80% della superficie della Sicilia . Alla fine del secolo scorso tale superficie era ridotta a circa il 3% del territorio.
Per altro verso, oggi, “quanto resta dei boschi naturali… assume talvolta un considerevole sviluppo improntando vaste superfici e alimentando una immagine inconsueta della Sicilia, comunemente ricordata come regione arida, avamposto del deserto africano” , contribuendo così alla immagine della Sicilia dai contrasti duri del paesaggio e della vita, una Isola dove, come diceva Tomasi di Lampedusa, “bestie e uomini annegano là dove due settimane prima le une e gli altri crepavano di sete”.
Ricostruire il paesaggio naturale in antico della nostra zona è quanto mai problematico in assenza quasi del tutto di fonti documentarie relative al territorio, almeno sino al medioevo.
L’Eleutero , che ha le sue sorgenti a Rocca Busambra sopra Ficuzza, si vuole in antico parzialmente navigabile , probabilmente sino a Risalaimi Ciò sarà stato indice di un apporto idrico che solo un manto boschivo più fitto ed esteso poteva dare, così come poteva alimentare una fiorente attività molitoria come quella di Marineo I mulini di Marineo peraltro sono documentati già nel 937 dalla Cronaca di Cambridge , nell’ambito di uno scontro tra palermitani ed agrigentini per il predominio nella sicilia centro-occidentale, finito con la sconfitta di questi ultimi.
Montagne oggi prive di vegetazione ( cito nella nostra zona buona parte di Busambra, Monte Rossella, Monte Ilardo, Pizzo Parrino, Cozzo Sovarelli…) erano coperte dal bosco nella sua forma più nobile, il querceto, di cui sopravvive a oggi solo qualche toponimo della situazione ambientale di un tempo: Suvarita, Contrada Sovarelli,, Cozzo Cerro, … Il fatto è che in Sicilia e nel nostro territorio, la foresta è stata una realtà testimoniata dai numerosi resti archeologici delle località più note Montagnola, Pizzo di Casa, Solunto, relativi a cinghiali, boes, cervi, di mammiferi oggi del tutto scomparsi. Infatti tali ritrovamenti sono indicativi della esistenza di una realtà ambientale oggi profondamente mutata.
La presenza di lupi nella zona largamente attestata dalla sopravvivenza di toponimi come Lupo e Lupotto, presuppone un bosco fitto e ricco di selvaggina necessaria alla sopravvivenza di tali predatori.
E’ stato osservato come ” Lo studio della fauna e della microfauna collegato alle variazioni climatiche di maggiore rilievo è indicativo del tipo di vegetazione presente nei diversi spazi temprali
La responsabilità dei cambiamenti radicali intervenuti negli assetti idrogeologici, sulla estensione del manto boscoso , sono solo in parte riconducibili all’uomo. Certamente la necessità dei Cartaginesi, Romani, Arabi di costruire flotte navali , ha contribuito a intaccare il manto vegetale siciliano e quello della nostra zona facilmente accessibile.
Inoltre la necessità delle genti che vivevano nella città e nei villaggi vicini o dentro le zone boschive di dissodare terreni da destinare alla semina , ha influito sulla contrazione del manto boscoso.
La costruzione di una grande flotta, necessaria per la politica di conquista e di potenza romana, assorbiva notevoli quantità di legname d’alto fusto; l’alimentazione di una modesta metallurgia per costruire utensili o armi, assorbiva notevoli quantità di legname proveniente dalla fitta boscaglia della macchia mediterranea. Anche gli Arabi, affamati di legname per la costruzione delle flotte necessarie a supportare la loro politica espansionistica nel Mediterraneo sono attratti dalle foreste della Sicilia, dove già doveva essersi ricostituito un discreto manto vegetale, specie nella parte Nord occidentale.
In questo variare della superficie boschiva ha influito anche il mutamento del clima: caldo intorno all’anno Mille con uno o due gradi in più ella media attuale, freddo al tempo di Federico II, caldo umido tra il XIII e XIV secolo; siccitoso nel 500 e ancora freddo e umido nel seicento e settecento con una media di circa due gradi e mezzo in meno della media attuale.
Ma la storia del ruolo del clima sul mutamento delle condizioni ambientali è ancora da fare .
E’ comunque possibile che il bosco medievale siciliano sia stata una riproduzione spontanea consentita dal clima di un manto vegetale che era già stato pesantemente intaccato una prima volta in epoca romana. In tale epoca infatti viene imposta una politica di disboscamento sistematica del suolo siciliano per far posto alla coltura del grano destinato all’approvvigionamento delle metropoli. Il disboscamento rendeva inizialmente i terreni fertilissimi con rese mai più raggiunte, neanche con i moderni sistemi colturali. Ben presto una volta isterilitosi il suolo il grano lasciava il posto al pascolo transumante. In questo contesto , per capire la portata delle trasformazioni avvenute durante i secoli va accennato brevemente al processo di antropizzazione della media e alta valle dell’Eleutero territorio. , ai fini della ricostruzione della ricostruzione seppur sommaria delle condizioni e dello sfruttamento delle risorse del territorio.
Le scelte degli abitanti della zona “ab antiquo” hanno sempre tenuto conto sia dei fattori contingenti ( luoghi sicuri e facilmente difendibili in periodi turbolenti o facilmente raggiungibili in periodi di pace ma pur sempre dotati di una certa sicurezza), comunque ricchi di risorse idriche , vegetali ed animali e con buoni terreni da mettere a coltura . E’ stato notato come nel ” Mediterraneo la storia degli uomini abbia spesso avuto inizio sulle colline e sulle montagne dove la vita agricola è sempre stata dura e precaria, ma che in compenso erano al riparo dalla micidiale malaria e dai troppo frequenti pericoli della guerra. Per questo ci sono tanti villaggi inerpicati sui pendii, tante piccole città aggrappate alla montagna, le cui fortificazioni si fondono con la massa rocciosa dei declivi”
A 500 metri dall’attuale centro abitato di Marineo, sulla Montagnola, un notevole centro indigeno sorge sino dal VIII-VII secolo a.C. e come documentano gli scavi sin qui condotti, protrae la sua vita con alterne vicende sin al secolo XIV .
La Montagnola controlla il percorso occidentale della strada che da Palermo portava ad Agrigento e costeggiava il versante Nord di Rocca Busambra dove toccava, verso l’estrema propaggine Ovest di Busambra, un altro centro indigeno sorto su Pizzo Nicolosi.
Questo centro, profondamente ellenizzato , ma ricadente nell’area di influenza cartaginese , non sopravvive agli avvenimenti della seconda guerra punica e scompare del tutto già intorno alla fine del III sec. a.C.
Sull’estremo versante orientale del bosco, si trova Pizzo di Casi , monte che sovrasta Mezzojuso, che a quota 1211 mt presenta una morfologia adatta a un insediamento stabile e ben difendibile. Sui due rilievi sommitali, Pizzo Re e Pizzo Castello si sviluppa il centro abitato indigeno sorto almeno sin dal VII sec a.C. Fu abbandonato in epoca Romana e successivamente rioccupato in periodo arabo-normanno.. Infatti su tutta l’area sommitale si osservano strutture murarie in superficie o messe in luce da scavi clandestini, ceramica incisa e dipinta indigena, ellenistica e medievale.
Altri centri coevi minori sorgono nel territorio preso in esame e nelle immediate vicinanze. Vale la pena di ricordare il centro sorto su Cozzo SANT’ Angelo, coevo ai precedenti descritti, e poco distante Pizzo Chiarastella dove è stata rinvenuta ceramica preistorica associata a frammenti di selce, ceramica a vernice nera, ceramica medievale..
In epoca romana, per le mutate condizioni politiche ed economiche, vengono progressivamente abbandonati i siti arroccati e vengono preferite località pianeggianti o collinari.
Per citare solo alcuni esempi nelle immediate vicinanze di Ficuzza ,insediamenti Romani si hanno a Bifarera di sopra e a Nicolosi dove l’attuale masseria diroccata sorge su una fattoria romana e a sua volta su un precedente insediamento ellenistico.
Altro insediamento di epoca romana si ha a Bifarera di sotto presso le case Barbaccia dove si rinvengono frammenti ceramica scrivibili a tale periodo. Anche qui a ridosso della attuale Masseria è stata individuata una necropoli di un insediamento rurale , dalla quale provengono lucerne romane di III-V sec. d.C..
Presso il bivio per Ficuzza, su Cozzo Arcuri, antico crocevia dove si incontravano trazzere e sentieri per il collegamento tra i vari centri, probabilmente sorse quello più cospicuo della zona probabilmente una Massa, per la abbondanza e la qualità dei materiali che vi si rinvengono .
Poco distante, li cito per completare il quadro degli insediamenti più importanti oggi noti, evidenti segni di frequentazione Romani si hanno su Cozzo Montagnola, Quadaredda, Rossella, Mandrazze, per non parlare di Sant’ Agata uno dei più importanti centri tardo Romani scoperti e indagati della Sicilia occidentale. La zona è costituita da terreni argillosi vocati a un intenso sfruttamento cerealicolo dove domina ancora oggi incontrastata la proprietà di grandi dimensioni e il feudo.
Sul versante orientale invece , vanno ricordati in epoca tardo-antica i centri sorti su Cozzo Quattro finaite, su Cozzo SANT’Angelo ai margini dell’attuale bosco Sovarita, già frequentati in epoca precedente, il centro sorto presso i bagni di Cefala Diana del quale sopravvive ancora le tombe ipogee scavate in un banco di arenaria, l’altro centro presso Strasatto nonché presso Acqua del Pioppo, di età ellenistico-romana
Questo fenomeno della ruralizzazione di larga parte della popolazione , ha portato verosimilmente a ulteriori disboscamenti nella zona assottigliando ancor più il manto boscoso e incrementando la superficie posta a coltura
In epoca successiva tutti questi siti collinari vengono abbandonati e gli abitanti si trasferiscono i località più sicure sotto l’incombente minaccia araba. Tracce di questo processo di arroccamento si hanno sulla Montagnola di Marineo, Su Cozzo SANT’ Angelo, su Pizzo Chiarastella su Cefalà, e per stare dentro il bosco di Ficuzza, su Alpe Ramosa dove è da collocare verosimilmente Al-Hazan, la fortezza che Edrisi ricorda” come prospero paese con poderi e casali” . A Sud del Bosco, sul versante meridionale di Busambra sorgono due casali di recente indagati che testimoniano insieme allo sfruttamento delle risorse del territorio ab antiquo nelle zone impervie del Massiccio anche la duplicità di un abitato che si articolava in un casale aperto, utilizzato in periodi di tranquillità e un casale poco distante arroccato e ben difeso per i periodi più turbolenti o di guerra.
La conquista araba, dopo i primi guasti, portò alla capillare diffusione di abitati nella zona. La maggior parte delle località citate e già abitate in epoche precedenti vengono rioccupate e un periodo di relativa pace porta benessere e prosperità alle genti del luogo. Al di là dell’enfasi con la quale i viaggiatori contemporanei descrissero la Sicilia ereditata dalla conquista normanna, sicuramente gli Arabi avevano organizzato uno stato prospero anche se diviso al suo interno.
Durante il periodo Normanno infatti il territorio risulta essere abbondantemente popolato, ricco di casali, masserie e intensamente sfruttato da agricoltori allevatori.
Dalla documentazione coeva normanna, e precisamente il diploma del 1182 , sembra che l’attuale bosco di Ficuzza e quindi l’alta valle dell’Eleutero , appartenesse per buona parte alla “divisa terrarum” di Cefalà che nelle sue estreme propaggini occidentali confinava con quella di Corleone e di Jato (all’interno della diocesi di Monreale) nel punto dove transitava la via Corilionis, nei pressi delle rocche di Rao.
Parte dell’attuale complesso boschivo apparteneva a Chasu . “Il tenimentum di Chasum comprende comprende probabilmente Godrano, il territorio odierno di Mezzoiuso, la parte orientale del massiccio della Busambra col Pizzo di Casi ( sito del casale) e col monte Morabito, gli attuali ex Feudi Giardinello e Guddemi, nonchè il territorio odierno di Campofelice di Fitalia”
Il casale di Bufurera,individuato a circa 2 km a Ovest di Ficuzza, allora nella divisa di Corleone , confina con la divisa di Rahal Kateb Joseph cioè Mezzoiuso. A sua volta il monte Busambra,il Mons Zurara delle fonti coeve, è compreso tra la “Magna divisa corilionis” e il territorio di Hasu.
In un documento del 1240, “Il libellum de successione pontificum agrigenti” i territori di Cefalà e Hasum sono enumerati quali prebende della diocesi di Agrigento, cioè con diritto di esigere decime sulle risorse del territorio e quindi anche sullo sfruttamento delle risorse boschive.
Complessivamente , dunque ,in periodo normanno siamo in presenza di un territorio, ben abitato, ricco di casali e villaggi e intensamente sfruttato da agricoltori e da allevatori. Cefalà viene definito dal geografo arabo Edrisi “grazioso paese, gran distretto e gran territorio con masserie e casali”; Chasum “casale di molte seminagioni e si raccolgono varie specie di produzione e civaie”. Questa ultima notazione messa li dall’autore sicuramente riferendosi anche alle risorse che gli abitanti dei villaggi potevano trarre dal bosco.
Bifarera di Sopra, Bifarera di sotto, Casali appartenenti secondo un diploma del 1215 di Federico II alla chiesa Palermitana sono abitati da coloni verosimilmente in maggioranza Arabi; ancora dentro il bosco o nelle immediate vicinanze delle sorgenti dell’eleutero, a Nicolosi e su Alpe Ramosa è pure presente la tipologia ceramica medievale ( ceramica invetriata verde, gialla, marrone, ceramica con solcature da tornio sulla parete esterna; frammenti di tegole di un impasto particolarmente leggero…).
Sul versante meridionale di Busambra c’è Casale di sopra e Casale di sotto, già citati; a Nord, sulla Montagnola, Marineo rifiorisce, riassumendo un ruolo di cerniera tra la costa e l’entroterra palermitano ; a occidente viene occupato, ai margini del Bosco della Sovarita, Godrano; poco distante, Cozzo Sant’Angelo riprende vita. Solo per citare solo i siti più vicini alle risorse del bosco.
Notizie della situazione ambientale si traggono dallo sfoglio della documetazione edita sul territorio : presso Cefala siamo nel 1242, esisteva un “nemus Terrase ” ricordato nella descrizione del tenimento dell’ospedale di Lorenzo , in territorio di Villafrati.
L’anno successivo l’imperatore Federico II concedeva a certi palermitani di ” ligna incidere ad usum eorum apud guduranum, in plano et apud parcum veterem” e canne “pro vineis”.
Il bosco del Parco Vecchio ancora oggi esistente ma di proprietà privata costituisce l’estrema propaggine Nord del bosco di Ficuzza. Il bosco di Godrano, così viene nominata nelle fonti della cancelleria e notarili del medioevo buona parte del bosco di Ficuzza ritorna in un altro documento del 1306 quando re Federico III concede sempre ai palermitani di far legna e carbone in “nemoribus goderani, Chasace”, in boschi ” tam regi demanii quam ecclesiarum et baronum ” . Sia Godrano che Casaca fanno parte al quel tempo dei Feudi di Cefalà .
In documenti e atti stipulati nel 1320 , 1341, nel 1421, 1425 nel 1434 i boschi della zona vengono sfruttati ora per il legno per il carbone ora per la raccolta delle ghiande destinate all’allevamento dei maiali, cioè agli abitanti dei Casali situati nei pressi o dentro del bosco vengono riconosciuti diritti di pascolo o di legnatico e ghiandatico da esercitare con precise regole dettate dalla Cancelleria reale o dalla chiesa che ha la concessione feudale.
Siamo in presenza di continua richiesta da parte soprattutto dei cittadini della capitale del regno di prelievo di essenze vegetali dai boschi vicini alla città. Infatti già allora Palermo non ha più di fatto boschi da dove trarre legna da ardere, per le costruzione, per fabbricare oggetti di arredo o utensili, carbone per scaldarsi.
Bosco che non è meta di gite domenicali di spensierati vacanzieri ,bensì risorsa vitale per genti che vivono ai limiti della sopravvivenza : carbone, mortella per la concia delle pelli, funghi, erbe e frutti del sottobosco, quali asparagi, fragole, corbezzoli, azzeruoli, prunastri agli, origano menta, alloro, ghiande per gli animali; fonte di lavoro per uomini donne e bambini; caccia di cervi, cinghiali, capri selvatici., conigli, lepri, volatili, importanti integratori di proteine nella povera mensa dei contadini.
Da allora la Corona, ne fanno fede i contratti di concessioni, impone la tutela dei boschi per assicurarsi la caccia e per rifornisi di legname per le attrezzature necesarie al Regno.
La monarchia normanna aveva costituito un vasto insieme di foreste amministrate da un ” magister forestarius” o di luoghi protetti per la caccia reale quali parchi e “solatia”.
Solatium fu il bosco del Parco Vecchio a Nord del bosco di Ficuzza che Federico II, stando alla testimonianza dello storico coevo Romualdo Salernitano, fece recintare di muri in pietra per custodirvi la selvaggina e potersi dedicare alla caccia avendovi piantato diverse specie di , alberi e avendovi introdotti daini, caprioli e cinghiali .
L’istituzione, destinata a proteggere le fonti di approvigionamento per l’arsenale in legname d’opera, funziona sino al XIV secolo, dopo si sfalda con lo svanire della autorità regia. Il vicino bosco di Mezzoiuso infatti è gestito dal monastero di SANT’ Giovanni degli Eremiti il cui abate più volte concede a terzi di sfruttarne le risorse .
Nel 1331 l’abate di SAN Giovanni degli Eremiti Frate Federico ” religiosus honestus” cede il frutto delle ghiande del bosco di Misiliusufu per il prezzo di otto once e mezza oltre due porci dei migliori da dare nel bosco . Nel 1388 è nuovamente documentato il bosco di Mezzoiuso, dove i massari si recavano ” ad faciendum ivi lignum mortum…aratra et stragula” .
Sembra però che il bosco di Godrano , di Rocca Busambra e delle sue dipendenze rimanga legato in qualche modo alla chiesa di Monreale, come d’altronde la granparte del territorio che oggi possiedono Piana degli albanesi e Santa Cristina Gela. Tali enormi possedimenti veniva no gestiti direttamente dal vescovo o da appaltatori che dettavano le norme di accesso e di sfruttamento delle risorse e vigilavano sul loro rispetto. Anche la pesca negli stagni dentro il bosco, oggi non più esistenti , viene attestata da Edrisi nel XII secolo e dal Mongitore ancora nel settecento ( “il biviere di Cutrano produce in molta copia cefali, tenche e anguille”). Margi e lagune vengono ancora alla metà del secolo scorso segnalati dalla documentazione municipale
Il decadere progressivo degli abitati alla fine del duecento e la prima metà del trecento, dovuto alle guerre dei normanni contro l’elemento arabo, successivamente per la successone al regno degli svevi e le continue guerre tra aragonesi e angioini per il possesso del regno di Sicilia, le turbolenze dei Baroni siciliani, le carestie, peste ( micidiale quella del 1348 che ridusse a meno della metà la popolazione in Europa) ridisegneranno un paesaggio in cui si è sfilacciata la maglia degli insediamenti del periodo arabo-normanno per lasciare posto al feudo abitato nell’ambito di una economia agricola estensiva dominata dalla cerealicoltura e soprattutto dal pascolo. Godrano, Chasum, Marineo, Cefalà scompaiono come centri abitati.
La presenza dell’uomo nella nostra zona è limitata alle masserie nelle zone collinari. Ricordo fra tutte quelle di Scanzano ai margini del bosco della Massariotta sede di un notevole santuario di SANT’ Maria della Dayna31, e dove si svolgeva anche una fiera e la poco distante chiesetta di SAN Vito : da questi luoghi a fine cinquecento sono state trasportate le più antiche opere d’arte che si conservano a Marineo: una acquasantiera del 1300, delle statue lignee del XVI sec. , una piccola croce dipinta; la masseria del Parco Vecchio ricca e prospera , come stanno a indicare gli affreschi dell’ultimo quarto del quattrocento scoperti dentro la chiesa della masseria, dipendente dalla abbazia di SANT’ Maria di Altofonte; successivamente sorge la chiesa di SANT’ Isidoro agricola dentro il bosco del Cappelliere.
Le mandre in montagna ( testimoniata nelle zone più alte di Busambra e di fronte a Rossella) , sono funzionali unità produttive del processo di feudalizzazione del territorio. E’ importante la presenza della masseria: si insediano nelle radure disboscate e corrodono i margini del bosco palmo a palmo.
Il controllo del territorio viene garantito qua e la da castelli signorili come quello di Cefalà e successivamente di Marineo Risalaimi in questo periodo viene fortificato
Dentro i boschi sorgono a volte dei veri villaggi fatti di capanna in paglia o con alzato in pietra a secco e tetto ricoperto di frasche , i pagliai, che vengono abbandonati alla fine del ciclo produttivo: proprio dentro il bosco il toponimo Paghiarotti verosimimilmente ricorda un insediamento di tale tipo. Peraltro sempre dentro il bosco in contrada Sovarita si incontrano facilmente resti di abitazioni di tal genere .
Le terre di Bifarera, Cefalà , Marineo ad alta vocazione granaria esportano cereali verso Palermo e oltremare. I territori vengono sfruttati, per acquisto diretto, è il caso di Marineo acquistato nel 1342 da un Henrico di Pollina “cum nemoribus, viridiario, forestibus”. In altri casi vengono ingabellati da ricchi agricoltori o allevatori o mercanti soprattutto delle madonie che meno hanno risentito i guasti delle guerre e delle epidemie.
Le vicende successive del boschi appartenuti alla divisa di Cefalà e di Chasum e situati nel territorio dell’alta valle dell’Eleutero sono nebulose.
I turbinosi passaggi di proprità avvenuti nel corso del quattrocento e cinquecento non ci consentono di seguire la storia del territorio se non per sommi capi. Ricchi feudatari, abati che fanno leva su antiche concessioni avuta dai normanni, dagli svevi o dai re aragonesi , sfruttano le risorse del territorio, in proprio o ingabellandoli.
In ogni caso poco importa al prorpietario che i cicli colturali praticati nei propri territori rispondano a un criterio di razionalità. Si cercherà sempre e comunque il massimo del profitto da raggiungere nel più breve tempo. Non controlla l’uso che viene fatto della sua terra e dei suoi boschi. Diritti di pascolo, di legnatico, di seminare vengono esercitati sempre più indiscriminatamente. Dominano incontrastate le terre incolte e i pascoli.
La generale congiuntura in cui viene a trovarsi l’economia, bassi prezzi del grano e delle derrate alimentari, la distribuzione della popolazione non apporteranno grandi cambiamenti alla struttura insediativa e produttiva del territorio nel corso del XV secolo.
Ai margini occidentali, a opera degli Albanesi rinasce Mezzojuso, esempio isolato di nuova fondazione.
Nel cinquecento la situazione muta. Il prezzo del grano sale, e spinge a dissodare terre da secoli lasciati al pascolo, . Ricchi signori feudali, mercanti e borghesi si lanciano nella grandiosa impresa di trasformazione del territorio con la fondazione di nuovi aggregati urbani, previo acquisto dalla corona di “licentiae populandi”. Ai nuovi venuti vengono concesse vantaggiose condizioni di possesso della terra di agevolazioni nell’attività agricola, esenzioni fiscali, usi civici sulle terre comuni. E’ il caso di Marineo , fondato nel 1556, ai cui nuovi abitanti viene concesso tra l’altro di fari “in tutti li boschi e li feghi dello marchesato qualsivoglia sorta di ligna”.
La fame di terra dei nuovi coloni intacca ulteriormente il nostro bosco che subisce una pesante contrazione: Il bosco Sovarita nel 1607 di fatto non esiste più: su 680 ettari di superficie rivelata il bosco occupa appena mezza salma di terreno. Tra il sei e il settecento nascono nel grande Marchesato riunito dai Bologna a metà cinquecento Cefalà e Godrano ricostituendo il tessuto dei principali insediamenti che vivono ai margini del complesso boschivo.
Quale sia stato l’uso del nostro bosco durante i secoli dal Cinquecento al Settecento è facile immaginare. Per le popolazioni che vivono ai margini del bosco è risorsa vitale a cui accedere a determinate condizioni e vincoli.; per i proprietari, risorsa da sfruttare economicamente. Secondo lo storico della chiesa di Monreale Michele del Giudice che scrive alla fine del Seicento Ficuzza è un feudo nobile che appartiene all’Arcivescovo di Monreale che lo amministra direttamente consta di ” salme 160, cioè 130 lavorate e salme 40 di bosco bellissimo e giovane, atto per ingrassarvi duecento porci. Il resto paludi o margi ed incoltivabile o forte. Non ha case. E’ abbondante di acque. Si gabella per onze 300 ann. Sotto lo scoglio di Busambra vi sono le fosse, ove si raccoglie e conserva la neve, e si gabellano ogni anno, insieme con quelle di Ragalcesi per onze 900, oltre li vantaggi che qui in sicilia chiamano carnaggi, di molti carichi di neve franchi”
Busambra è concesso a Masseria per sfruttare il terreno seminativo, ma la maggior parte sono terre “vacanti.” Il Fazello ricorda che su Busambra ” sarracenorum olim erat oppidum , Calatabusammar nominatum, hodie jacens: cuius etiam nunc cernuntur vestigia” . Il Feudo Lupo ha una sola masseria di 70 salme “L’altre 200 salme cioè 120 lavorative e il resto lagune o margi incoltivabile e forte sono della Chiesa quale strasatto, con l’erba della masseria lo gabella onze 410 annuali. In questo feudo vi sono molte conserve d’acqua per bervi le bestie. Si fecero per comodità degli armenti delle cavalle regie che qui pascolavano e che poi per ordine del re Filippo II si abolirono” . Qui lo storico del Giudice non menziona boschi verosimilmente già allora molto degradato. Secondo lo stesso storico il Cappilleri era un “feudo di 285 salme in circa; lo strasatto salme 250, cioè 50 lavorative e salme 200 fanno bosco e montagna e vallate di copiose querce, che ingrassano da 600 maiali l’anno. Si gabella con l’erba della masseria onze 220 annuali. La sola masseria che contiene di gran soggezione a questo feudo è detta di SANT’Vito, per una chiesa di questo santo, ora rovinata, è di aratati 1 salme 35 circa.
Il bosco del feudo, serve ai bisogni di tutte le masserie dell’arcivescovado, per provvedersi del legname, atto agli arnesi dell’agricoltura, ed anco del legno morto per ardere, vi bisogna per valersene della licenza scritta del procuratore generale della mensa”. Anche il feudo di Buceci fa parte della mensa di Monreale e su 255 salme di terreno ben 80 sono a bosco mentre circa 70 incoltivabile e lagune o margi. Nel bosco vengono tenuti a ingrassare 400 maiali l’anno. Ancora dunque alla fine del seicento e ai primi anni del settecento ( Del giudice pubblico la sua monumentale opera nel 1702) sono documentati salme 320 di boschi pari a 731 ettari e 200 salme di forte, margi e incoltivabili verosimilmente di bosco altamente degradato pari a ettari 457 . Abbiamo quindi un totale di 1188 ettari di terreno più o meno intensamente boscato. Oggi il Bosco è limitato alla macchia del Cappelliere-Ficuzza-Godrano.

VIABILITA’
di Antonino Scarpulla

Sino a pochi decenni or sono il sistema di trasporto comunemente adottato era il cavallo o quello di andare a piedi, percorrendo a mezza costa le vallate dei corsi d’acqua grandi e piccoli. Le vallate dei fiumi sin dalla preistoria sono state naturali vie di penetrazione nel territorio, sfruttandone le caratteristiche favorevoli all’accesso .
Molte delle strade oggi percorse da rotabili statali ripercorrono gli antichi tracciati viari. Il consolidarsi di antichi percorsi in strade, dipendeva da molteplici fattori: naturali topografiche del territorio, la presenza di colline o monti da superare, presenza di valichi accessibili da una regione a una altra, l’insediamento umano. Di fatto se per la grande viabilità il fattore determinante è il corridoio naturale lungo il quale si snoda il tracciato viario, accanto ad esso si sviluppa tutta una viabilità secondaria di collegamento i centri minori e la campagna circostante .
Molti tracciati viari antichi si sono consolidati in nuove strade o sono scomparsi come tali, in base alla destinazione d’uso del territorio e la evoluzione nel tempo delle strutture insediative, per la presenza di sorgenti d’acqua o di terreni particolarmente fertili.
Nei luoghi più adatti durante il corso della storia l’uomo spesso è ritornato ad occupare siti prima abbandonati (per cause non sempre documentabili), per il fatto che i luoghi adatti a un insediamento stabile, sono relativamente pochi.
La valle dell’Eleutero ha costituito una via di penetrazione dalla costa palermitana verso l’agro corleonese-agrigentino più a Sud sin dalla preistoria. Tracce di questa frequentazione preistorica infatti provengono da vicino Monte Chiarastella (Villafrati) dove è stato rinvenuto e documentato un contesto neo-eneolitico col ritrovamento di frammenti di ossidiana . Presso le sorgenti Risalaimi e poco distante in contrada Favarotta-Don Paolo, sono segnalati frequenti rinvenimenti di utensili preistorici in selce. Più di recente durante i lavori per la realizzazione di vasche di raccolta acque nella stessa contrada altra selce lavorata è stata sporadicamente raccolta durante gli sbancamenti di terreno. Sempre a Risalaimi e nei pressi della sorgente ancora inesplorate si trovano ampie grotte che potrebbero fornire elementi più consistenti a documentare la frequentazione preistorica della vallata.
Altra selce si raccoglie nei pressi di Ficuzza in contrada Castellaccio insieme a qualche raro frammento di ossidiana sicuramente proveniente dalla costa, il cui fiorente commercio era monopolizzato dalle isole Eolie, nonché su Alpe Ramosa, ma in contesto altomedievale e medievale.
Altri frammenti di selce sono segnalati sulla Montagnola di Marineo, dove è documentata una frequentazione almeno dal VIII sec.a.C., su Cozzo SANT’ Angelo che presenta tracce di frequentazione sin dal VII-VI sec.a.C Lungo le strade, non rotabili ma semplici tracciati percorsi da cavalli, muli,o a piedi, pochi e precari ponti realizzati quasi sempre in legno, quando la via era costretta ad attraversare un fiume. Il guado facile d’estate era impossibile o estremamente pericoloso di inverno date le piene improvvise dei capricciosi e irregolari fiumi siciliani.
Sull’Eleutero dei ponti sono documentati durante il Medioevo Nei pressi di Risalaimi sino al secolo scorso esisteva un ponte “secolare” ormai distrutto, del quale si conserva solo qualche traccia dei piloni in muratura sotto la condotta EAS che porta l’acqua al potabilizzatore poco distante; poco più a valle un altro ponte, quello della fabbrica, costruito nel 1581.
Notizie sulla viabilità antica e romana si traggono sia da vari autori classici e soprattutto dal noto Itinerarium e dalla Tabula Peutingeriana scritti all’epoca dell’imperatore Caracalla, ma di cui ci rimane una redazione di metà sec III.
Importante strada di collegamento tra la costa Palermitana e quella Agrigentina fu quella che percorreva in un primo tratto la valle dell’Eleutero per poi biforcarsi nei pressi di Bolognetta: un braccio toccava Villafrati, Vicari, Lercara sino ad Agrigento, un secondo passava da Marineo, costeggiava Rocca Busambra, passava per Pizzo Nicolosi, Cozzo Zuccarrone, (Corleone), Monte Cavalli, e quindi sino ad Agrigento.
La presenza di questo secondo braccio è stato archeologicamente documentato dalla scoperta di un Miliarium in Contrada Zuccarrone, risalente al 254 a.C. . Su questa evidenza archeologica, è possibile pensare che l’ultima stazione citata dall’Itinerarium prima di Palermo, Pirama, sia collocabile a Marineo Per altri (Holm, Pais, Pace) l’Itinerarium ricalca il tracciato oggi preferito dallo scorrimento veloce PA-AG. In mancanza di altri elementi certi a sostegno di una ipotesi o dell’altra, occorre lasciare al tempo e allo scavo archeologico la soluzione .
La strada che passava da Marineo seguiva verosimilmente un tracciato non molto dissimile da quello percorso dalla attuale statale. In età classica toccava vari centri oltre la Montagnola: Cozzo Montagnola, Castellaccio, Bifarera, centri di età classica, e Pizzo Nicolosi, dove è accertata la presenza di insediamenti dal VII sec. a.C. e nei pressi sino al Medioevo .
E’ lungo questo asse viario principale che si snoda nel nostro territorio una viabilità minore, ma vitale per i collegamenti tra i vari insediamenti lungo il corso del medio e alto Eleutero.
Di notevole importanza la strada che scendendo verso contrada Favarella, a Sud-Ovest della Montagnola, toccava varie località quali Cozzo del Morto, Giarra, Cozzo Montagnola, Caldarella, Rossella, SANT’ Agata. Proprio nei pressi di Sant’Agata si innestava nel tracciato viario proveniente dal corleonese e diretta a Palermo, attraversando i territori oggi dei comuni di Piana degli Albanesi e di Altofonte. Questa strada è ricordata nei documenti medievali come “via que ducit a Corilione ad Panormum” .
Una altra importante via fu sicuramente quella che collegava la Montagnola e la vallata del fiume Parco, lungo il cui corso sono stati individuati diversi insediamenti archeologici di età classica bizantina e medievale, sicuramente collegati politicamente ed economicamente alla Montagnola e a Marineo.
Tale via peraltro oggi parzialmente ripercorsa da una strada provinciale, collegava il territorio di Marineo con quello di Piana, Jato, nonché Palermo.
La strada che da Palermo conduceva all’interno transitando per Risalaimi, proprio in quel punto, almeno sino al secolo scorso secondo la testimonianza dello storico locale Don Giuseppe Calderone , si partivano diverse strade che transitando per la terra di Marineo si dirigevano a Godrano, Cefalà-Bagni; strade che oggi sono tra l’altro migliorate e costituiscono importanti vie di collegamento tra le varie contrade.
Sopravvivenza dunque di vecchie trazzere dove transitava un commercio minuto dei prodotti della terra e della pastorizia ; attraverso le quali transitava il bestiame transumante; strade affollate da numerosi viandanti o pellegrini; dai contadini quotidianamente percorse per andare o ritornare dai campi.
Vari altri tracciati viari sono inoltre ricordati dalla documentazione di età medievale, basta uno spoglio anche sommario della documentazione d’archivio.
Tali trazzere regie, e quindi demaniali, hanno cristallizzato tramandandoli una rete di collegamenti di remota antichità e ciò è documentabile almeno dal medioevo sino ai nostri giorni. Dal testo edrisiano sembra trasparire una preminenza in età medievale del tracciato orientale della Palermo-Agrigento, strutturatosi soprattutto in età classica, Alla fine dl 1500 il notaio Baldassare Zamparrone, proveniente da un viaggio con amici dal Monastero di SANT’ Maria del Bosco, nei pressi di Bisacquino, di rientro a Palermo passa per la via sotto Rocca Busambra e quindi da Marineo sino alla capitale Con buona probabilità la strada fatta dal Notaio ripercorreva in parte la” via ducentem a Corilione in Biccarum” ricordata dal Rollo della Chiesa di Monreale del 1182 , che doveva transitare sotto Busambra visto che toccava nel suo percorso Godrano; doveva inoltre interessare e il primo tratto della ” via exercitus que est a Jato” ( ricordata pure dallo stesso documento) che transitando proprio sotto Pizzo Nicolosi, si dirigeva, attraversando la divisa di Ducki, verso Sant’Agata e da li a Palermo. Queste vie oltre a collegare i centri più importanti mettevano in collegamento anche le varie masserie e i numerosi casali sparsi per la campagna medievale.
Nel corso del XIV e XV sec spesso viene citato nella documentazione Risalaimi. La ricchezza e l’importanza della Masseria come centro economico e centro di controllo del territorio viene attestata sia dalla realizzazione ella decorazione nell’ultimo quarto del sec. XV ad opera di Tommaso de Vigilia e della sua cerchia di collaboratori, degli affreschi della cappella, che dalle numerose opere di fortificazione e difesa messe in atto dai proprietari della masseria gia nel 1493 come si evince da un atto stipulato dal notaio Domenico Di Leo (ASPA ND 1407 f.184-192, V ind) riguardante un inventario dei beni della Magione ricevuto in commenda da Alfonso Leofante, tesoriere del Regno, redatto da Antonio Lercara suo procuratore e Johannes Magdalena rappresentante il Conservatore del real patrimonio; Nel 1499 (ASPA Conservatoria del real patrimonio 84, c. 33) viene concessa la facoltà di fortificare il complesso tanto da assumere l’aspetto di fortezza, secondo quanto scrive il Fazello a metà del secolo XVI.

 

 

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