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Comune di
Marineo
Città Metropolitana di Palermo

Collegio di Maria e Chiesa di S.V. Ferreri

collegioDopo qualche anno dalla fondazione della casa di accoglienza da parte di Nicolò Pilo, il Marchese Ignazio, fratello di Nicolò, dietro invito del fratello Giuseppe, parroco nella chiesa di S.Antonio Abate di Palermo e dei confrati del Miseremini, dà inizio alla costruzione dell’attuale Collegio di Maria per dare una appropriata sede alle collegine.
L’ordine delle collegine fu fondato a Sezze, città del Lazio, nel 1717 dal Cardinale Marcellino Corradini; in Sicilia è arrivato nel 1721, il primo collegio fu costruito a Palermo e fu quello dell’Olivella; il secondo fu quello di Monreale nel 1724 e il terzo fu questo di Marineo fatto costruire dal Marchese Ignazio Pilo nel 1731. Fu nello stesso anno che le cappuccine, entrarono nell’ordine delle collegine con atto notarile del 14 ottobre. La prima superiora, Suor Maria Tomasa del Collegio di Maria di Monreale, è arrivata nel 1732.
Come buona parte dei monasteri e case religiose, anche il Collegio di Maria di Marineo, ha avuto un declino dal 1860 al 1898 rischiando, nel 1871, la soppressione e quindi la definitiva chiusura. Si è salvato grazie al coraggio e alla perseveranza di una suora marinese, Suor Maria Antonia Focarino che non ha voluto lasciare le mura del collegio opponendosi alle disposizioni del nuovo regime.
Il Collegio di Maria fu costruito in una area piuttosto vasta compresa tra la Matrice e la chiesa del Crocefisso. Area che nel secolo precedente, durante l’espansione del paese, non era stata sfruttata ma aggirata perché si presentava piuttosto accidentata in quanto comprende la più piccola delle tre punte rocciose inglobata nel paese ed altri rilievi di rocce e forti dislivelli di terreno che, allora, comportavano forti disaggi per la edificazione delle abitazioni per singole famiglie. Oggi vi si trova un complesso di edifici in parte originali, in buona parte rimodernati e in parte aggiunti che formano tre ali ortogonali a forma di “F”.
L’ala di sinistra è a tre elevazioni con copertura a botte ornata da semplici decorazioni lineari. Non ha subito sostanziali modifiche e presenta ancora le caratteristiche settecentesche. Il piano terra è adibito a soggiorno, refettorio e cucina, mentre i piani superiori, a dormitorio delle suore.
Sono anche originali, nella stessa ala, le grate lobate in ferro delle finestre del prospetto prospiciente la villa e le due paraste con capitelli a volute in pietra bianca del lato prospiciente il Corso dei Mille. Questi ultimi elementi che oggi nel prospetto occupano una insolita posizione, in origine dovevano fare parte di un porticato con archi a sesto acuto di stile neogotico, come quelli del prospetto della chiesa delle Anime Sante realizzati pochi anni prima.
L’ala di fronte e quella di destra che continua (quest’ultima) con l’Oratorio del SS Sacramento, sono riservate alle scuole e sono state rimodernate agli inizi della seconda metà del novecento. Strutturalmente ed esteticamente erano simili all’ala di sinistra e come questa avevano anche finestre con grate lobate in ferro. In origine, le tre ali, racchiudevano la piazzetta dove nel 1901 fu costruito il monumento di S.Ciro e subito dopo fu sistemata l’attuale villetta dedicata al medesimo Santo. L’estremità sud dell’ala di centro, è stata l’ultima parte del collegio ad essere ristrutturata, i lavori furono eseguiti nella seconda metà del novecento. Sono state create due grandi sale adatte per conferenze e spettacoli vari.
Nell’incrocio delle due ali più lunghe, si trova la settecentesca chiesa prospiciente la piazza. Inoltre fa parte del collegio una certa estensione di terreno piuttosto accidentata adibita a giardino.
Sulla sporgenza rocciosa che si trova accanto al complesso, fu costruita, assieme al collegio, una loggetta-belvedere “la Turri di li Virgineddi” da dove si può godere il panorama di tutto il paese e dintorni.
Ci risulta che il Marchese Ignazio, nei confronti del Collegio, fu particolarmente generoso non solo per la edificazione dell’edificio, ma anche per averlo arricchito di opere d’arte, in particolare pitture su tele con soggetti sacri da collocare in chiesa, e con ritratti di prelati e personaggi della sua famiglia, da distribuire nei vari ambienti del collegio.
Purtroppo però, nel corso dei secoli e per motivi vari, la quantità di tali opere si è notevolmente ridotta. Alcune tele sono andate perdute sia perché deteriorate, sia perché disperse. A quanto pare tra le pitture su tela, si trovavano i ritratti del Marchese e quello della moglie. Oggi, di questi ritratti realizzati nel settecento, si trovano solo le copie eseguite nella prima metà del novecento. Non sappiamo perché i ritratti del Marchese e moglie, sono stati sostituiti con delle copie che, tra l’altro sono di scarso valore artistico. Sappiamo solo che il collegio e il paese, sono stati privati di due pitture del settecento e in particolare dei ritratti di due personaggi chiave della nostra storia e di quella del collegio.
Non mi è stato consentito di vedere tutte le opere che si trovano dentro le mura del collegio e quindi di poterle studiare sistematicamente come è stato fatto per tutte le opere delle altre chiese. Pertanto le notizie qui riportate, si riferiscono solo a quelle opere che tutti possiamo vedere: alla architettura esterna e alla chiesa annessa che è aperta al pubblico. Per quanto ne sappiamo, delle opere di pittura, di scultura, di argenteria ed i paramenti sacri che attualmente esistono nel collegio, alcune sono di valore artistico e diverse hanno bisogno di restauri.
Il trasferimento delle cappuccine, dalla casa di accoglienza al Collegio di Maria, avvenne nel 1731, anno in cui divennero collegine ed anno in cui fu consacrata LA CHIESA che fu dedicata a S.Vincenzo Ferreri.
Come in quella della casa di accoglienza, anche in questa chiesa si poteva e si può accedere dall’esterno. La sua posizione non è proprio felice essendo al disotto del livello stradale. A metà del novecento è stato costruito accanto alla chiesa, un alto campanile che si può vedere da quasi tutte le parti del paese. Il vecchio campanile era molto più piccolo, basso e incorporato al prospetto della chiesa come quelli di S.Antonino e S.Michele.
Il Prospetto della chiesa che si conclude a capanna, è stato ricostruito nel 1960 e sono state aperte due grandi finestre rettangolari sovrapposte una all’altra che hanno sostituito la unica e piccola finestra precedente.
A differenza della chiesa di S.Michele e della Matrice decorate, la prima, dopo due secoli e l’altra dopo tre secoli dalla loro edificazione, la chiesa del Collegio fu costruita e nello stesso secolo decorata per interessamento del Sacerdote Vincenzo Virgala.
Internamente, ha mantenuto il suo aspetto originale e non sono state apportate aggiunte o cambiamenti tali da alterarne in modo grave lo stile. Delle architetture di Marineo, questa è quella in cui, anche se in una forma piuttosto semplice, incontriamo lo stile originale meglio conservato.
L’ambiente è ad unica navata di metri 22×7 con tre campate più il presbiterio e con copertura a botte a tutto sesto con un arco trionfale che separa la navata dal presbiterio.
Le pareti laterali sono movimentate da quattro cappelle incassate con archi a pieno sesto separate da lesene ioniche. Le cappelle sono corredate da altari con mense sostenute da colonnine, posti durante i lavori di recupero del 1977 in sostituzione degli altari settecentesche in marmi policromi simile a quello centrale.
La sostituzione degli altari è stata la manomissione più grave che la chiesa ha subito da quando fu costruita, in quanto i nuovi elementi oltre ad essere di scarso valore artistico, non armonizzano con l’architettura barocca e con le decorazioni rococò dell’interno.
La loggia, ancora utilizzata, che troviamo sull’ingresso, è sostenuta da un arco a tutto sesto e si affaccia nella navata con una struttura in legno che fino a poco tempo fa racchiudeva ancora le transenne.
La grande tela ad olio della prima cappella di destra della chiesa è stata realizzata nel 1733 appositamente per il Collegio, e al collegio donata nello stesso anno dal Marchese Ignazio Pilo. La tela, firmata e datata, rappresenta S.FRANCESCO CHE RICEVE LE INDULGENZE.
Fu eseguita da “Filippo Randazzo”, uno dei maggiori artisti decoratori palermitani del settecento con Tancredi, Manno, Borremans, Vito D’Anna ecc. Il Randazzo, nato a Nicosia nel 1692, artisticamente si è formato a Roma alla scuola del Conca, formazione che ha sempre espresso in tutta la sua attività.
La tela della chiesa del Collegio fu eseguita dal pittore dopo la sua prima permanenza a Palermo avvenuta intorno al 1728, durante la quale dipinse due tele per la chiesa di S.Ippolito: il martirio di S.Ippolito e la Madonna del Rosario con S.Rosalia e Santi Domenicani.
Dai dati conosciuti risulta che il Randazzo, dopo la prima esperienza palermitana, ha dipinto nel 1734, la la tela dell’Addolorata della Matrice di Alcamo e nel 1737 ha affrescato la volta della chiesa del SS Salvatore di Corleone. Pertanto l’opera inedita e poco conosciuta della chiesa del Collegio datata 1733 rappresenta, per il momento, l’operato del Randazzo, dei sei anni che separano le opere della chiesa di S.Ippolito e di quella di Alcamo. Resta da accertare se in questo lasso di tempo la tela in questione fu l’unica eseguita dal pittore su commissione del Marchese Pilo, o se (come è probabile), per lo stesso, eseguì altre opere destinate a Marineo. L’appartenenza al Randazzo della tela del collegio, è stata scoperta dallo scrivente nel 1989, in occasione della mostra sacra effettuata a Marineo.
La tela del Collegio ha una certa importanza ai fini della conoscenza del pittore perchè l’ha realizzata nel periodo in cui si affermava sul campo della pittura.
Delle due tele della chiesa di S.Ippolito, quella della Madonna del Rosario è molto vicina a questa della chiesa del Collegio. Presentano entrambe la stessa eleganza compositiva e la stessa raffinatezza cromatica, elementi questi che distinguevano l’artista. Inoltre strettissimi vincoli formali presentano le due figure di S.Chiara del Collegio e di S.Caterina della Madonna del Rosario della chiesa di S.Ippolito.
La tela del Collegio di Maria, oltre a degli angeli e putti, presenta sei figure che insieme formano una composizione romboidale. In alto su un globo che simboleggia la terra, si trova la Madonna con a destra due teste di putti e un angelo che tiene in mano un reliquiario, mentre a sinistra si trova un secondo angelo con le mani giunte in atteggiamento di ammirazione per il Bambino sostenuto dal braccio destro della Madonna.
Il Bambino con l’indice, il medio e il pollice della mano destra, indica le tre persone della SS Trinità e con la mano sinistra porge le indulgenze a S.Francesco in ginocchio e con le braccia tese.
Nel lato opposto, sulla stessa orizzontale di S.Francesco, è S.Chiara, quasi in estasi, che tiene la mano destra sul petto e con la sinistra presenta alla Madonna due fanciulli che, secondo la tradizione, sono i figli del Marchese Ignazio Pilo. Il fanciullo in primo piano è in ginocchio con le mani giunte in atteggiamento di meraviglia per quello che vede, l’altro in secondo piano è rivolto verso lo spettatore e lo invita ad osservare la scena che gli addita con la mano sinistra. In basso al centro, si legge la dedica del Marchese e l’anno di donazione (IGNATIJ PILO MARCHIONIS MARINEJ DONUM MENSE IUNIJ ANO DNI 1733) e in basso a destra la firma dell’autore non leggibile per intero per la mancanza di colore staccato nel corso dei secoli. Solo si riesce a leggere: FIL….. RANDANZZO ING…… 1733.
I protagonisti del dipinto sono Gesù Bambino e le indulgenze, elementi esaltati non solo dalla posizione in alto e dalla luce dell’ambiente paradisiaco, ma anche dagli elementi compositivi e dagli sguardi delle figure terrene che tutti confluiscono in uno stesso punto focale.
Equilibrata si presenta la pittura sia come elemento cromatico che come elementi compositivi che ruotano attorno alla sfera disposti secondo la sagoma della croce greca.
E’ probabile che per la chiesa del collegio e per conto del Marchese Ignazio, il Randazzo abbia eseguito altre tele non arrivate fino a noi perché deteriorate nel corso degli anni. Delle tele deteriorate, due ancora si ricordano in paese, erano collocate nelle pareti laterali del presbiterio della chiesa dentro cornici sagomate ancora esistenti e che oggi racchiudono delle finestre. Le due tele raffiguranti una S.Chiara e l’altra S.Francesco con le stimmate, oltre al tema francescano, presentavano caratteri molto simili con la tela di S.Francesco del Randazzo.
Sono due delle tele del collegio che avevano resistito fino al 1977, quando furono asportate perché ritenute logorate al punto da non potere essere più recuperate per intero.
Sotto la loggia, applicata sulla parete di sinistra, si trova una scultura ad alto rilievo del tardo settecento realizzata da un ignoto autore e dedicata al sacerdote VINCENZO VIRGALA morto nel 1777.
Con questa opera le collegine hanno voluto ricordare il sacerdote che, dopo la morte del Marchese Ignazio e di Don G.Pilo, si occupò del Collegio di Maria di cui fu uno dei maggiori sostenitori e a cui lasciò tutti i suoi beni. Inoltre si ricorda il Virgala per le decorazioni a stucchi della chiesa applicati dietro suo interessamento.
La scultura rientra nell’ultima fase del barocco e presenta la figura a mezzo busto del sacerdote racchiusa in una sagoma ovale con uno sfondo chiaroscurato da linee orizzontali incise. E’ circondata da un panneggio che in parte è sostenuto da un putto alato che sta sulla destra ed in parte poggia su una base trapezoidale dove al centro, su una pergamena, si legge: “Reverendo Sacerdote beneficiale della Accademia di S.Tommaso, Dott. Vincenzo Virgala uomo di verità, revisore della S.Inquisizione, deputato del Conservatorio di Palermo. Dotò di beni questo insigne Collegio che resse. Arricchì la chiesa di ornamenti. In questo brillò tra gli altri. Morì a 84 anni il giorno 25 Luglio 1777”.
Sotto la base si trova lo stemma del Virgala: uno scudo con tre stelle e un leone incoronato su un fascio. Il tutto è sormontato da una corona.
Unica nota meno armoniosa di questa scultura è il panneggio piuttosto grossolano, pesante e scarsamente articolato. Bene si presenta invece la figura del putto con una espressione malinconica e con la torsione tipica del movimento barocco. Interessante è il sereno e realistico volto del Virgala che rivela una approfondita ricerca dei particolari anatomici che mettono in evidenza la senilità del Sacerdote.
Nella prima cappella di sinistra, al disopra dell’altare, si trova una settecentesca tela ad olio di grandi dimensioni, con la figura dell’ADDOLORATA ed alcuni putti anch’essi in atteggiamento dolente.
La Madonna è rappresentata in un ambiente di campagna, a destra nello sfondo si intravede il Golgota con tre croci, nella parte superiore del dipinto, messo in risalto da un alone luminoso, un gruppo di quattro teste di putti alati. Tutta la composizione è dominata dalla figura dell’Addolorata, che occupa la posizione centrale con gli occhi rivolti in alto, con le braccia aperte e nella mano destra, uno dei chiodi della Crocifissione. Il braccio destro è poggiato sulla struttura sagomata del sepolcro di Cristo ricoperto in parte dal panneggio bianco della Sindone. La Madonna è ricoperta da un abbondante panneggio poco armonico con forti contrasti chiaroscurali.
In basso a sinistra, seduto ai piedi della Madonna, un putto alato piangente, trattiene con la mano destra uno striscione con la scritta “I.N.R.I.”.
Non conosciamo l’autore e neanche l’anno di esecuzione, ma è probabile che l’opera sia stata commissionata dalla Congregazione di Maria SS Addolorata (detta dei Civili) subito dopo essere stata istituita dal parroco Michelangelo Camastra nel 1730 con sede in Collegio.
La maniera con cui fu realizzato il dipinto è simile a quella con cui furono realizzate altre due tele esistenti nella chiesa del Convento francescano: la Crocifissione e la tela raffigurante S.Anna, la Madonna Bambina e Geoacchino. Le tre tele presentano la medesima articolazione di panneggi con uguale impostazione chiaroscurale.
Ci troviamo di fronte allo stesso autore che è da ricercare in tutta una schiera di modesti pittori religiosi che in buona parte rimasero sconosciuti in quanto non si preoccuparono di firmare i loro dipinti, ma, rifacendosi alle opere dei maggiori esponenti del tempo, si preoccuparono soprattutto di arricchire le chiese di opere sacre.
Dello stesso periodo del dipinto della Addolorata, ma non dello stesso autore, è la terza tela ad olio di grandi dimensioni che si trova nella seconda cappella di sinistra della chiesa. Rappresenta la TRINITA’.
Nella parte alta del dipinto troviamo, al centro, la colomba dello Spirito Santo, sulla sinistra, Cristo con in mano la croce simbolo della passione e sulla destra il Padre Eterno con le braccia aperte. In basso, tra queste due ultime figure, un putto capovolto tiene una enorme ostia con la scritta “IHS” (Gesù Salvatore degli uomini).
La Trinità è presente non solo con le figure di Cristo, del Padre Eterno e della Colomba dello Spirito Santo, ma anche con la composizione triangolare formata da tutto l’insieme dei personaggi soprannaturali, essendo il triangolo equilatero simbolo della trinità.
In basso, predisposti a semicerchio, in quattro punti equidistanti da quello centrale dell’ostia si trovano, a destra, la figura di S.Rosalia, al centro, quelle di S.Francesco e di S.Pietro e sulla sinistra, la figura di S.Vincenzo Ferreri che addita l’ostia.
L’insieme di tutte le figure forma una composizione circolare che ruota attorno al punto centrale dell’ostia dove confluiscono tutti i raggi direzionali esaltando l’Eucaristia.
Le figure sono illuminate da due sorgenti di luce ben distinte che mettono in evidenza forti contrasti chiaroscurali: la luce irradiata dalla colomba investe le figure divine, la luce irradiata dall’ostia investe le figure terrene. L’elemento luce, e la composizione triangolare delle figure soprannaturale, hanno significati simbolici.
Della tela non si conosce l’autore, ma sembra chiaro che sia stata realizzata da un artista religioso buon conoscitore di concetti teologici e buon conoscitore della tecnica pittorica, capace di realizzare dipinti di buona fattura come la tela in questione piena di contenuti religiosi, simbolici, estetici, pittorici e formali anche se, per questi ultimi, le fonti di ispirazione sono sempre le pitture dei maggiori esponenti del momento.
La tela oggi si trova in pessime condizioni, buona parte di colore non si nota più per la troppa ossidazione e delle figure della parte inferiore, si riesce a distinguere solo alcuni particolari. Necessita di restauro.
Tra le cappelle e il presbiterio, nelle due parti laterali della chiesa, troviamo due matronei di piccoli dimensioni con ringhiera lobata in ferro battuto. La loro funzione è semplicemente decorativa. I matronei, usati soprattutto dalle donne, erano funzionanti solo in alcune chiese paleocristiane mentre in quelle costruite successivamente continuarono a sussistere sempre più raramente e solo per fini estetici o per movimentare una parte di parete come nel nostro caso. Infatti i matronei della chiesa del collegio, sono molto piccoli e non hanno ingressi.
Al di sopra delle cappelle la chiesa è coronata da un semplice cornicione su cui si innalza la volta a botte che è forata alle basi da quattro finestre (due per lato) sormontate da lunette e da pennacchi.
La volta, ornata con stucchi di stile rococò, è suddivisa in due parti che racchiudono le quattro vele sulle lunette delle finestre e, al centro di ogni parte, a rilievo, due tondi dipinti raffiguranti uno il sacrificio dell’Agnello e l’altro un tavolo con dei pani simboli dell’Eucaristia (l’offerta di Melchisedech).
Soprattutto il presbiterio della chiesa, è stato oggetto dei rimaneggiamenti del 1977. Sono stati rimossi la balaustra in marmo che divideva la navata dal presbiterio; la grata in ferro (che stava in basso sulla parete di sinistra dove attualmente si trova una porta), attraverso la quale le suore ricevevano la Comunione; le due grandi tele del Settecento, sopra citate, (S.Francesco con le stimmate e S.Chiara) e due pannelli in marmo sulla mensa dell’altare maggiore.
Il settecentesco altare maggiore prima del 1977, oltre agli attuali due pannelli verticali sulla mensa, ne aveva altri due che prolungavano l’estremità laterali. L’altare si presentava più lungo, più aperto e più proporzionato. Nonostante la menomazione, è ancora armonioso nei colori dei marmi, elegante nella linea settecentesca, grazioso e ben definito nella forma. E’ uno degli altari più preziosi e più belli, assieme a quello della chiesa di S.Michele, che abbiamo a Marineo. I pannelli verticali sulla mensa sono arricchiti da intagli in legno dorato che rappresentano il sacrificio di Abramo a sinistra e quello di Noè a destra. Sconosciamo l’autore. Simili erano anche i pannelli mancanti di cui non si conosce la fine e che erano anch’essi decorati con intagli in legno dorato.
In basso, sulla parete di sinistra, si può vedere una lapide in marmo con al centro lo stemma di Marineo formato da quello dei Beccadelli (le tre ali con zampe di aquila) e da quello dei Pilo (la quercia con due leoni rampanti). Lo stemma non ha niente a che fare con la lapide in quanto dietro a questa, si trovano le ossa di don Giuseppe Pilo morto nel 1763, parroco della chiesa di S.Antonio Abate di Palermo e fratello del Marchese Ignazio. Il sacerdote veniva spesso a Marineo a passare le vacanze. Alla morte, per sua volontà, fu sepolto sotto la grata del presbiterio da dove le suore ricevevano la comunione. Nel 1977 le ossa furono esumate e sistemate nella parete dietro la lapide e su questa applicato lo stemma che è un rilievo preesistente del settecento fatto realizzare probabilmente dal Marchese Ignazio.
Sull’altare, nella parete di fondo dentro la nicchia si trova una STATUA LIGNEA DELL’ADDOLORATA.
L’opera è della fine del settecento inizi ottocento ed è di autore ignoto. E’ una delle sculture che rientra nella serie delle opere didascaliche di questo periodo. Bene si presenta per tale fine proprio perché la statua mette in evidenza il tema trattato rivelando l’atteggiamento e lo stato d’animo della Madonna in un momento particolare della sua vita.
L’autore ha fatto del suo meglio per inserire nella composizione quegli elementi che corrispondono a particolari significati, come il fazzoletto bianco tra le mani (con le dita intrecciate) della Madonna per detergersi le lacrime, il volto malinconico con le labbra nella posizione tipica per esprimere sofferenza e il panneggio realizzato con una certa rigidità lineare. Tutti questi elementi partecipano ad arricchire di pathos l’immagine della Madonna.
Mentre l’autore è riuscito ad esaltare nella scultura i detti elementi simbolici, non è stato altrettanto felice per quanto riguarda la parte estetica. Infatti la statua non è una delle più belle sculture del paese. I panneggi, come detto prima, sono duri, rigidi e mancano di raffinatezza, di eleganza e di morbidezza; elementi che contribuiscono ad evidenziare l’armonia e la bellezza estetica di una opera d’arte.
Anche se nella scultura si evidenzia un certo movimento barocco, si delineano già, attraverso i panneggi, lineamenti neoclassici che meglio verranno sviluppati successivamente.
Nella lunetta al di sopra del cornicione si trova una finestra circolare aperta nel 1977. Al suo posto si trovava un tondo che racchiudeva una pittura su tela con l’immagine di S.Vincenzo Ferreri.
La moderata decorazione a stucchi a motivi floreali di stile rococò presenti in tutta la chiesa ed i putti che si trovano ai lati delle cappelle e sulla parete di fondo, furono applicati dietro interessamento del Sac. Vincenzo Virgala attorno al 1770. Per il momento non abbiamo altre indicazioni sulla storia degli stucchi come non abbiamo la certezza dell’autore o degli autori. Probabilmente si tratta dei componenti della famiglia Firriolo con Gaspare, Giuseppe, Giovanni e Tommaso (stuccatori che operarono nella seconda metà del XVIII secolo e che fecero parte della scuola di Procopio Serpotta), impegnati, nello stesso periodo, a decorare la Matrice di Misilmeri. Evidente è, nel carattere plastico, la analogia fra gli stucchi delle due chiese.

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